"L'uomo è la misura di tutte le cose", ossia le verità sono tante quante sono gli uomini (in quanto unità di misura è l'uomo è non la verità. Quindi noi non conosciamo l'oggetto, il tavolo della cucina, ad esempio, ma le rappresentazioni, i phantasmata. Questo sapeva Protagora, oltre duemila anni fa: non esiste una verità più vera di un'altra ma esiste una verità migliore.
Ora una verità buona, se si vuole mantenere in vita l'unica sinistra attualmente rappresentativa (Rifondazione), è che abbiamo perso perchè travolti dalla campagna sul voto utile, che la militanza del partito non ha ben digerito il progetto di Bertinotti calato dall'alto (siamo ancora in attesa di un congresso), che il "popolo" (sarebbe più consono i clienti, o i consumatori) è deluso dall'esperienza di governo, etc...Queste sono ottime verità se riferite al soggetto di rappresentanza parlamentare di sinistra. Ma non valgono se si va oltre l'immagine.
Verità "migliore" (in quanto si riferisce alle idee della sinistra e non alla sua manifestazione fisica nel partito) è che una certa idea di società non viene recepita dal "popolo". Andando un pò sul sottile è evidente che se a rigor di logica chiunque pensi che alla base della società intesa come comunità politica debba esserci la solidarietà, che l'uomo debba essere il fine dell'uomo (tradotto i soldi sono meno importanti della vita umana), che l'uomo debba determinare il suo destino (umanesimo in senso stretto perchè l'uomo non deve essere determinato da altro che da sè stesso), in realtà non è così.
Noi abbiamo già accettato che alla base della società ci sia la cosidetta "competizione" (col risultato che i contratti, così come le estistenze, sono flessibili), che il denaro sia il fine dell'uomo (con la identità denaro=libertà), col risultato che il mercato (libero di autodeterminarsi) è ciò che determina l'uomo. Vivendo all'ombra di questo nuovo dio-mercato libero di autodeterminarsi l'uomo, non libero di autodeterminarsi, si rivogle al noto. Il familiare, come ci ricorda Freud, è il rifugio per eccelenza. Quindi in un clima di instabilità e malessere cosa ci è più familiare dell'immagine. Già Nietzsche vedeva l'uomo del domani come un unico occhio gigante che tutto osserva, smembrato, post-moderno. Così, se ci pensiamo bene, il nostro mondo è fatto di immagini, di rappresentazioni, di phantasmata.E infatti (anche se può sembrare banale) vedere un Veltroni dinamico, "leggero", e una campagna condotta come se quelle fossero canditature per un Grammy mi ha fatto venire voglia di un big mac e di una coca-cola.
Una società che guarda alla rappresentazione è una comunità cui non interessa se l'albero che dipingi è rosa mentre nella realtà è verde. La sua attenzione è tutta sul quadro e lo sguardo non vedrà mai l'albero reale. E se lo vede non ci porrà attenzione. Non ricorderà il colore "naturale" dell'albero. Ma il rosa sì.
E' tutto qui. La sinistra non sa più farsi capire. Direi di più: non può farsi capire. Perchè il pensiero di sinistra è critico. Guarda in faccia la realtà. Ed è diventato anacronistico.
Ma il fatto che l'uomo è figlio del suo tempo non significa che debba essere pure il suo schiavo (come soleva dire Schiller). E allora è da lì che bisogna ripartire. Dal fare distogliere lo sguardo dal rosa artificiale di quell'albero dipinto. Dal guardare la realtà e dal diffondere di nuovo quel sentimento per cui è scontato il fatto che siamo noi a determinare la realtà (e non essa a determinare noi). Con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione. Con la cultura, con la politica, con l'arte, con la nostra stessa esistenza (che è la testimonianza più vera).
Iniziamo da lì. Iniziamo dal 14 giugno alla Maddalena. Iniziamo dalla realtà delle cose.
Andrea Trapani
giovedì 17 aprile 2008
martedì 8 aprile 2008
Comfortably numb
Pubblicato da
Andrea Trapani
I can’t explain, you would not understand,
This is not how I am,
I have become comfortably numb.
Una traduzione fedele sarebbe “confortabilmente cretino”. E’ un po’ come siamo tutti senza purtroppo rendercene conto: quando preferiamo che a scegliere siano gli altri. Non perché siamo stupidi o incapaci di scegliere. Semplicemente perché la non scelta ci permette di temporeggiare. E l’attesa della scelta altrui ci toglie di dosso il pesante (o “pensante”?) onere della responsabilità. Ogni scelta è infatti una rivendicazione di responsabilità (o dovrebbe esserlo almeno). E quindi facendo scegliere altri evitiamo pure le delusioni e i dolori subiti nel superare l’ostacolo. E’ semplice ed efficace. Provate a pensare quante volte ognuno di noi ha fatto così.
P.s: quanto sopra “funziona” su diversi livelli (politico, sociale, personale , esistenziale…), dipende da come viene letto.
Andrea Trapani
This is not how I am,
I have become comfortably numb.
Una traduzione fedele sarebbe “confortabilmente cretino”. E’ un po’ come siamo tutti senza purtroppo rendercene conto: quando preferiamo che a scegliere siano gli altri. Non perché siamo stupidi o incapaci di scegliere. Semplicemente perché la non scelta ci permette di temporeggiare. E l’attesa della scelta altrui ci toglie di dosso il pesante (o “pensante”?) onere della responsabilità. Ogni scelta è infatti una rivendicazione di responsabilità (o dovrebbe esserlo almeno). E quindi facendo scegliere altri evitiamo pure le delusioni e i dolori subiti nel superare l’ostacolo. E’ semplice ed efficace. Provate a pensare quante volte ognuno di noi ha fatto così.
P.s: quanto sopra “funziona” su diversi livelli (politico, sociale, personale , esistenziale…), dipende da come viene letto.
Andrea Trapani
venerdì 15 febbraio 2008
Il regno della dimenticanza
Pubblicato da
Andrea Trapani
Viviamo in un mondo nuovo. Nuovo perchè ogni aspetto della nostra esistenza, del nostro vivere quotidiano è basato sull'adattarsi, sull'aggiornarsi. I progressi della Scienza e della Tecnica sono diventati frenetici. I sistemi di codifica informatica utilizzati un ventennio fa sono preistoria che quasi nessuno ricorda più. La dimenticanza è la base su cui poggia il progresso nel terzo millennio. Uno studente di informatica raramente leggerà un manuale scritto prima del 2000 e ancora più difficilmente incontrerà qualche testo scritto prima del 1950.
Siamo continuamente bombardati da nuove tecnologie, nuovi prodotti, migliori di quelli che abbiamo usato finora: "cos'è quello? Non sai che è uscito il nuovo? Quello è superato."
La vita quotidiana si semplifica sempre di più ed è naturale aggiornarsi.
Ma la dimenticanza rischia di divenire un fenomeno sociale.
E così la costituzione è roba superata. Propone un modello superato, da aggiornare. Pensate: risale al 1948! Ancora non c'erano nemmeno le minigonne, il rock, il consumo di droghe era molto modesto e i gay non c'erano e se c'erano si nascondevano. Si pensava ancora a uno Stato-padre-padrone. Ora la parola d'ordine è autonomia. Nelle scuole, nelle regioni, nel lavoro, insomma in parole povere quel testo propone una visione dell'esistenza completamente diversa dall'attuale.
Lì il lavoro è un diritto e viene inserito a fondamento dell'intera esistenza della Repubblica.
Qui il lavoro è un'occasione. Non è stabile ma flessibile ed è flessibile perchè non è a fondamento della Repubblica, ma della competitività dell'impresa. Il lavoratore si aggiorna, cambia, si adegua.
Nel mondo della costituzione il lavoro è uno strumento fondamentale sia per il futuro del singolo che della collettività e quindi deve essere statico, un punto fermo.
Nel mondo attuale il lavoro tende ad essere uno strumento per la competitività dell'impresa e della sua proiezione: lo Stato. Lo Stato non è più il padre e i cittadini non sono più i figli. Lo Stato è azienda e i cittadini sono il personale aziendale. Dobbiamo tutti lavorare in sinergia non per noi, ma per essere competitivi nel sistema-mondo. Il lavoro è dinamico, competitivo.
E la dimenticanza che c'entra?
La dimenticanza è la condizione del nuovo uomo. L'identità del nuovo uomo è fondata sulla dimenticanza, è flessibile e per essere tale deve poter relegare nell'oblio ciò che era prima di cambiare.
Dimenticanza e competizione sono due facce della stessa medaglia, una medaglia che si chiama mondo occidentale. E così il mondo che è stato (ma anche l'Italia che è stata) è passato, superato. E non c'è memoria di lui finchè il sangue non lo riporta sotto gli occhi. L'operaio è morto, ma gli operai morti ci ricordano che non è così.
Si pensa al sistema paese come lo si faceva nell'ottocento: uno Stato-macchina in cui l'unico problema sia la corrispondenza dei diversi pezzi. Non più lo Stato-organismo, in cui le diverse identità sono a fondamento dell'organismo stesso.
La lotta di classe è acqua passata. La classe stessa è acqua passata.
Ma il mondo cambia a seconda degli occhi che lo guardano.
Siamo di fronte a dei profondi cambiamenti che ci mettono di fronte a una scelta: determinare la direzione del cambiamento o tentare (inutilmente) di fermare il cambiamento.
Si sente da più parti la necessità di una ridefinizione dell'impostazione statale.
Sta a noi decidere se iniziare dalla schizofrenia della dimenticanza o rinnovarsi partendo dalle solide basi che ci vengono tramandate dai padri costituenti.
Come Horkheimer e Adorno hanno identificato nel nazionalsocialismo il "normale" epilogo della dittatura della ragione iniziata con l'illuminismo, non mi pare azzardato vedere nella società occidentale contemporanea la naturale conseguenza dell'isterico progresso tecnologico.
Andrea Trapani
Siamo continuamente bombardati da nuove tecnologie, nuovi prodotti, migliori di quelli che abbiamo usato finora: "cos'è quello? Non sai che è uscito il nuovo? Quello è superato."
La vita quotidiana si semplifica sempre di più ed è naturale aggiornarsi.
Ma la dimenticanza rischia di divenire un fenomeno sociale.
E così la costituzione è roba superata. Propone un modello superato, da aggiornare. Pensate: risale al 1948! Ancora non c'erano nemmeno le minigonne, il rock, il consumo di droghe era molto modesto e i gay non c'erano e se c'erano si nascondevano. Si pensava ancora a uno Stato-padre-padrone. Ora la parola d'ordine è autonomia. Nelle scuole, nelle regioni, nel lavoro, insomma in parole povere quel testo propone una visione dell'esistenza completamente diversa dall'attuale.
Lì il lavoro è un diritto e viene inserito a fondamento dell'intera esistenza della Repubblica.
Qui il lavoro è un'occasione. Non è stabile ma flessibile ed è flessibile perchè non è a fondamento della Repubblica, ma della competitività dell'impresa. Il lavoratore si aggiorna, cambia, si adegua.
Nel mondo della costituzione il lavoro è uno strumento fondamentale sia per il futuro del singolo che della collettività e quindi deve essere statico, un punto fermo.
Nel mondo attuale il lavoro tende ad essere uno strumento per la competitività dell'impresa e della sua proiezione: lo Stato. Lo Stato non è più il padre e i cittadini non sono più i figli. Lo Stato è azienda e i cittadini sono il personale aziendale. Dobbiamo tutti lavorare in sinergia non per noi, ma per essere competitivi nel sistema-mondo. Il lavoro è dinamico, competitivo.
E la dimenticanza che c'entra?
La dimenticanza è la condizione del nuovo uomo. L'identità del nuovo uomo è fondata sulla dimenticanza, è flessibile e per essere tale deve poter relegare nell'oblio ciò che era prima di cambiare.
Dimenticanza e competizione sono due facce della stessa medaglia, una medaglia che si chiama mondo occidentale. E così il mondo che è stato (ma anche l'Italia che è stata) è passato, superato. E non c'è memoria di lui finchè il sangue non lo riporta sotto gli occhi. L'operaio è morto, ma gli operai morti ci ricordano che non è così.
Si pensa al sistema paese come lo si faceva nell'ottocento: uno Stato-macchina in cui l'unico problema sia la corrispondenza dei diversi pezzi. Non più lo Stato-organismo, in cui le diverse identità sono a fondamento dell'organismo stesso.
La lotta di classe è acqua passata. La classe stessa è acqua passata.
Ma il mondo cambia a seconda degli occhi che lo guardano.
Siamo di fronte a dei profondi cambiamenti che ci mettono di fronte a una scelta: determinare la direzione del cambiamento o tentare (inutilmente) di fermare il cambiamento.
Si sente da più parti la necessità di una ridefinizione dell'impostazione statale.
Sta a noi decidere se iniziare dalla schizofrenia della dimenticanza o rinnovarsi partendo dalle solide basi che ci vengono tramandate dai padri costituenti.
Come Horkheimer e Adorno hanno identificato nel nazionalsocialismo il "normale" epilogo della dittatura della ragione iniziata con l'illuminismo, non mi pare azzardato vedere nella società occidentale contemporanea la naturale conseguenza dell'isterico progresso tecnologico.
Andrea Trapani
giovedì 17 gennaio 2008
Fatemi Capire.....
Pubblicato da
Andrea Trapani
E' dalle elezioni politiche di Aprile che sento un certo senso di disagio nel seguire l'evoluzione della politica e della società italiana. Questo senso di disagio penso sia dato dal fatto che non riesco più a trovare una linea logica che colleghi i diversi eventi che hanno investito i "piani alti" della società italiana (la società italiana và dalla criminalità organizzata alla politica,passando per il costume), sempre che una logica ci sia. L'impressione è infatti che siano accaduti da quella data degli eventi completamente scollegati fra loro, isolati e casuali.
Proviamo a fare un breve e superficiale riepilogo.
Nella notte dello scrutinio strani movimenti e macchinazioni lanciano un'ombra di dubbio sulla legittimità del risultato, tanto che il giornalista Deaglio prepara un documentario su quella "angosciante notte". Inoltre, come se non bastasse ricordiamo le dichiarazioni di Berlusconi settimane prima della tornata elettorale riguardo a possibili brogli.
L'indomani mattina campeggia sulle maggiori testate giornalistiche la notizia dell'arresto di Provenzano, misteriosamente trovato, dopo anni di latitanza, a casa sua.
Il governo che viene a insediarsi è avvelenato oltre che da giochi politici per la divisione delle poltrone(giochetti che vorrei approfondire, alla luce del caso Mastella) dalla bomba che scoppia in sordina riguardo le intercettazioni sul caso Unipol. In questi oscure dinamiche di spionaggio aleggia il fantasma del sequestro di Abu Omar e del ruolo del sismi e della Telecom di Tronchetti Provera. Antonio Bove morto "suicida" nel luglio 2006 è solo un segnale di allarme del caso Telecom che tra il 2006 e il 2007 riempirà le pagine dei giornali senza arrivare ad alcuna soluzione effettiva. Nel frattempo le intercettazioni si moltiplicano e investono anche esponenti della destra ( Sottile, portavoce di Fini, Storace e la Mussolini, Mastella and family...).Inoltre è ambigua la scomparsa ,per un paio di mesi, della voce di Berlusconi dalla politica italiana, che con un colpo da maestro riacquista la visibilità persa tramite la moglie indispettita che riesce a riempire le pagine della cronaca rosa.
In questo clima si inseriscono il caso Speciale(e quindi oltre ai brogli,alla criminalità organizzata-Provenzano-, allo spionaggio, anche un organo importantissimo dello Stato come la guardia di finanza ha degli sconvolgimenti), la crisi di governo e il ruolo fondamentale assunto da Dini per la sopravvivenza di un governo che sembra sempre più un governo di transizione, che serve per la creazione di nuovi equilibri di potere tra i poteri forti o occulti della società italiana.
E veniamo all'oggi.Anzi ad oggi. La trattativa per una nuova legge elettorale si pone subito come negoziato tra i due maggiori partiti italiani. Nel frattempo scoppia "l'emergenza rifiuti" in Campania, che sa tanto di altro colpo di genio spettacolarizzante come l'arresto di Provenzano che serve a distogliere lo sguardo da qualcosa. Ad aggiungere carne al fuoco e a confondere ulteriormente la situazione ci pensa il caso Mastella, che pone le basi per una imminente caduta del governo,sintomo che ad un qualche accordo tra Forza Italia e Partito Democratico si è giunti.
A rendere ancora più esplicito il clima di mutamento degli equilibri di potere ci pensa la Santa Sede che, imparando benissimo dal Berlusca dei tempi passati, prima "bacchetta" il leader del PD sulla gestione dell'amministrazione della capitale, smentendo il giorno dopo, colpa della stampa che fraintende (tradotto: "caro Walter siamo disposti ad uno scontro se il PD non sposta la sua asse ancora di più verso posizioni democristiane"). Infatti sulla moratoria sull'aborto proposta da Ferrara il caro Walter si dice disposto a discutere e il PD evita attentamente di prendere posizione.
Ma Ratzinger continua e con una abilità mediatica degna di Orson Wells: passa per un povero cristo cui hanno tolto il diritto alla parola alla Sapienza di Roma, ottenendo due risultati importanti. Ulteriore visibilità nei mass media e, contestualmente, l'obbligo ad un parteggiamento della società italiana(o sei coi laici cattivi e ignoranti che non sanno ascoltare gli altri, o vieni domenica ad ascoltare l'angelus ).
Non riesco in tutto questo marasma a trovare il minimo comune denominatore che riuscirebbe a darci un quadro più chiaro della situazione.
Si accettano aiuti...(e anche critiche ovviamente).
Andrea Trapani
Proviamo a fare un breve e superficiale riepilogo.
Nella notte dello scrutinio strani movimenti e macchinazioni lanciano un'ombra di dubbio sulla legittimità del risultato, tanto che il giornalista Deaglio prepara un documentario su quella "angosciante notte". Inoltre, come se non bastasse ricordiamo le dichiarazioni di Berlusconi settimane prima della tornata elettorale riguardo a possibili brogli.
L'indomani mattina campeggia sulle maggiori testate giornalistiche la notizia dell'arresto di Provenzano, misteriosamente trovato, dopo anni di latitanza, a casa sua.
Il governo che viene a insediarsi è avvelenato oltre che da giochi politici per la divisione delle poltrone(giochetti che vorrei approfondire, alla luce del caso Mastella) dalla bomba che scoppia in sordina riguardo le intercettazioni sul caso Unipol. In questi oscure dinamiche di spionaggio aleggia il fantasma del sequestro di Abu Omar e del ruolo del sismi e della Telecom di Tronchetti Provera. Antonio Bove morto "suicida" nel luglio 2006 è solo un segnale di allarme del caso Telecom che tra il 2006 e il 2007 riempirà le pagine dei giornali senza arrivare ad alcuna soluzione effettiva. Nel frattempo le intercettazioni si moltiplicano e investono anche esponenti della destra ( Sottile, portavoce di Fini, Storace e la Mussolini, Mastella and family...).Inoltre è ambigua la scomparsa ,per un paio di mesi, della voce di Berlusconi dalla politica italiana, che con un colpo da maestro riacquista la visibilità persa tramite la moglie indispettita che riesce a riempire le pagine della cronaca rosa.
In questo clima si inseriscono il caso Speciale(e quindi oltre ai brogli,alla criminalità organizzata-Provenzano-, allo spionaggio, anche un organo importantissimo dello Stato come la guardia di finanza ha degli sconvolgimenti), la crisi di governo e il ruolo fondamentale assunto da Dini per la sopravvivenza di un governo che sembra sempre più un governo di transizione, che serve per la creazione di nuovi equilibri di potere tra i poteri forti o occulti della società italiana.
E veniamo all'oggi.Anzi ad oggi. La trattativa per una nuova legge elettorale si pone subito come negoziato tra i due maggiori partiti italiani. Nel frattempo scoppia "l'emergenza rifiuti" in Campania, che sa tanto di altro colpo di genio spettacolarizzante come l'arresto di Provenzano che serve a distogliere lo sguardo da qualcosa. Ad aggiungere carne al fuoco e a confondere ulteriormente la situazione ci pensa il caso Mastella, che pone le basi per una imminente caduta del governo,sintomo che ad un qualche accordo tra Forza Italia e Partito Democratico si è giunti.
A rendere ancora più esplicito il clima di mutamento degli equilibri di potere ci pensa la Santa Sede che, imparando benissimo dal Berlusca dei tempi passati, prima "bacchetta" il leader del PD sulla gestione dell'amministrazione della capitale, smentendo il giorno dopo, colpa della stampa che fraintende (tradotto: "caro Walter siamo disposti ad uno scontro se il PD non sposta la sua asse ancora di più verso posizioni democristiane"). Infatti sulla moratoria sull'aborto proposta da Ferrara il caro Walter si dice disposto a discutere e il PD evita attentamente di prendere posizione.
Ma Ratzinger continua e con una abilità mediatica degna di Orson Wells: passa per un povero cristo cui hanno tolto il diritto alla parola alla Sapienza di Roma, ottenendo due risultati importanti. Ulteriore visibilità nei mass media e, contestualmente, l'obbligo ad un parteggiamento della società italiana(o sei coi laici cattivi e ignoranti che non sanno ascoltare gli altri, o vieni domenica ad ascoltare l'angelus ).
Non riesco in tutto questo marasma a trovare il minimo comune denominatore che riuscirebbe a darci un quadro più chiaro della situazione.
Si accettano aiuti...(e anche critiche ovviamente).
Andrea Trapani
mercoledì 12 dicembre 2007
L'intervento di Marcos all'incontro dei popoli indigeni
Pubblicato da
Andrea Trapani
Mi permetto di pubblicare un articolo estrapolato da carta.org, buona lettura.
Pubblichiamo il testo dell’intervento del subcomandante Marcos, domenica 14 ottobre, alla chiusura del primo incontro dei popoli indigeni d’America. La traduzione è del comitato Chiapas «Maribel» di Bergamo.
Autorità tradizionali della Tribù Yaqui di Vicam; leader, rappresentanti, delegati, autorità dei popoli originari d’America presenti in questo primo Incontro dei Popoli Indios d’America; uomini e donne, bambini ed anziani della Tribù Yaqui; osservatori ed osservatrici del Messico e del Mondo; lavoratrici e lavoratori dei mezzi di comunicazione.
Sorelle e fratelli:
Grandi sono le parole ascoltate in questo incontro. Grandi sono i cuori che hanno partorito queste parole. Il dolore dei nostri popoli è stato raccontato da chi lo subisce da 515 anni: la sottrazione e il furto di terre e risorse naturali, ma ora con i nuovi abiti della «modernità», del «progresso, della «civiltà», della «globalizzazione». Lo sfruttamento di centinaia di migliaia di uomini, donne, bambini e anziani, che riproducono i tempi e i metodi delle encomiendas e delle grandi haciendas dell’epoca in cui le corone d’Europa si imponevano a ferro e fuoco. La repressione con la quale eserciti, poliziotti e paramilitari rispondono alle rivendicazioni di giustizia della nostra gente, come quella che le truppe dei conquistadores usavano per annichilire intere popolazioni. Il disprezzo che riceviamo per il nostro colore, la nostra lingua, il nostro modo di vestire, i nostri canti e balli, le nostre credenze, la nostra cultura, la nostra storia, nello stesso modo di 500 anni fa, quando si discuteva se eravamo animali da addomesticare o bestie feroci da annichilire, e ci si riferiva a noi come inferiori. Le quattro ruote della carrozza del denaro, per usare le parole dello Yaqui, ripercorrono la strada fatta del sangue e del dolore dei popoli indios del continente. Come prima, come 515 anni fa, come 200 anni fa, come 100 anni fa.
Tuttavia, qualcosa è cambiato.
Mai la distruzione era stata tanto grande ed irrimediabile. Mai era stata tanto grande e incontrollabile la brutalità contro terre e persone, e mai era stata tanto grande la stupidità dei malgoverni che subiscono i nostri paesi. Perché quello che stanno uccidendo è la terra, la natura, il mondo. Senza logica di tempo e luogo, terremoti catastrofici, siccità, uragani, inondazioni si presentano su tutto il pianeta. E si dice che sono «catastrofi naturali», quando in realtà sono state provocate, con accurata stupidità, dalle grandi corporazioni multinazionali e dai governi al loro servizio nei nostri paesi.
Il fragile equilibrio della natura che ha permesso al mondo di andare avanti per milioni di anni sta per rompersi di nuovo, ma ora definitivamente.
E in alto non si fa niente, se non dichiarazioni ai mezzi di comunicazione e formare inutili commissioni.
I falsi capi, i malgoverni, sono idioti che adorano gli anelli della catena che li soggioga. Ogni volta che un governo riceve un prestito dal capitale finanziario internazionale, lo mostra come un trionfo, il pubblicizza su giornali, riviste, radio e televisione. I nostri attuali governi sono gli unici, in tutta la storia, che festeggiano la loro schiavitú, la ringraziano e la benedicono. E si dice che è democrazia il fatto che il Comando della distruzione sia a disposizione di partiti politici e caudillos.
«Democrazia elettorale» è come i prepotenti chiamano la lotta per entrare nell’affare di vendere la dignità e portare avanti la catastrofe mondiale. Là in alto, nei governi, non c’è speranza alcuna. Né per i nostri popoli indios, né per i lavoratori della campagna e della città, né per la natura. E per accompagnare questa guerra contro l’umanità, si è costruita una gigantesca bugia.
Ci si dice, ci ripetono, ci insegnano, ci impongono, che il mondo ha percorso la sua storia per arrivare a dove comandasse il denaro, quelli in alto vincessero e noi, il colore che siamo della terra, perdessimo. La monarchia del denaro si presenta, così, come il culmine dei tempi, il fine della storia, la realizzazione dell’umanità. Nelle scuole, sui mezzi di comunicazione, istituti di ricerca, libri, la grande bugia riaggiusta la storia e ciò che tiene in mano: il luogo e il tempo, cioè, la geografia e il calendario. In queste terre, che chiamarono «nuovo mondo», loro ci imposero la loro geografia. Da allora ci fu «nord», «sud», «oriente» e «occidente», accompagnati da segni di potere e barbarie.
I sette punti cardinali dei nostri antenati [sopra, sotto, davanti, dietro, un lato, un altro lato e il centro] furono dimenticati e al loro posto arrivò la geografia dell’alto con le sue divisioni, frontiere, passaporti, green cards, minuteman, la migra, i muri sui confini. Imposero anche il loro calendario: in alto i giorni di riposo e benessere, in basso i giorni di disperazione e morte. E celebrano ogni 12 ottobre come «il giorno della scoperta dell’America», quando in realtà è la data dell’inizio della guerra più lunga della storia dell’umanità, una guerra che dura ormai da 515 anni e che ha come obiettivo la conquista dei nostri territori e lo sterminio del nostro sangue.
Insieme a questo profondo e diffuso dolore, è stata citata anche la ribellione del nostro sangue, l’orgoglio della nostra cultura, l’esperienza nella resistenza, la saggezza di nostri vecchi.
In questo Incontro si è guardato indietro e lontano. La memoria è stata il filo invisibile che unisce i nostri popoli, così come le montagne che corrono lungo tutto il continente e ricamano queste terre.
Quello che qualcuno chiama «sogno», «utopia», «impossibile», «bei desideri», «delirio», «pazzia», qui, nella terra dello Yaqui, si è sentito con un altro tono, con un altro destino. E c’è un nome per questo di cui parliamo ed ascoltiamo in tante lingue, tempi e modi. C’è una parola che viene dall’origine stessa dell’umanità, e che segna e definisce le lotte degli uomini e delle donne di tutti gli angoli del pianeta. Questa parola è LIBERTÀ.
È quello che vogliamo come popoli, nazioni e tribù originarie: LIBERTÀ. E la libertà non è completa senza la giustizia e senza la democrazia. E non può esserci niente di tutto questo con il furto, il saccheggio e la distruzione dei nostri territori, della nostra cultura, della nostra gente. Un mondo senza prepotenti, questo è quello che sembra impossibile immaginare per le persone di oggi. Come se la terra avesse avuto da sempre chi imponesse il suo potere su di lei e su chi la lavora; come se il mondo non potesse essere mai giusto. Sono i popoli originari che guardano al loro passato, che conservano e preservano la loro memoria, quelli che sanno che è possibile un mondo senza Dominatore né dominati, un mondo senza capitale, un mondo migliore. Perché quando innalziamo a bandiera il nostro passato, la nostra storia, la nostra memoria, non vogliamo ritornare al passato, ma costruire un futuro degno, umano.
Incontrarci è la conquista principale di questa riunione.
C’è ancora molto da fare, discutere, concordare, lottare. Ma questo primo passo sarà un vento fresco per il dolore del colore che siamo del colore della terra. Nel calendario che cominciamo a percorrere, nella geografia che concordiamo, continua una gigantesca sovversione. Per i suoi modi e mezzi non ci sono manuali, ricettari, dirigenti di scrivania e accademia. Invece, c’è l’esperienza dei popoli originari, ma ora con l’appoggio e la decisione dei lavoratori della città e della campagna, dei giovani, delle persone adulte, degli altri amori, dei bambini e delle bambine; di tutte e tutti quelli che sanno che per il mondo non ci sarà un’altra opportunità se questa guerra la vinceranno quelli che stanno in alto.
La ribellione che scuoterà il continente non ripercorrerà le strade e le tappe delle precedenti che cambiarono la storia: sarà un’altra. Quindi, quando cesserà il vento che saremo, il mondo non avrà terminato il suo lungo cammino e ci sarà l’opportunità di fare con tutte, con tutti, un domani dove ci siano tutti i colori. A quel tempo del calendario che faremo, in quel luogo della nuova geografia che realizzeremo, la luna cambierà lo sguardo con cui nasce e sarà di nuovo il sorriso che annuncia l’incontro della luce e dell’ombra.
Da Vicam, Sonora, Messico.
Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, 14 ottobre 2007
Pubblichiamo il testo dell’intervento del subcomandante Marcos, domenica 14 ottobre, alla chiusura del primo incontro dei popoli indigeni d’America. La traduzione è del comitato Chiapas «Maribel» di Bergamo.
Autorità tradizionali della Tribù Yaqui di Vicam; leader, rappresentanti, delegati, autorità dei popoli originari d’America presenti in questo primo Incontro dei Popoli Indios d’America; uomini e donne, bambini ed anziani della Tribù Yaqui; osservatori ed osservatrici del Messico e del Mondo; lavoratrici e lavoratori dei mezzi di comunicazione.
Sorelle e fratelli:
Grandi sono le parole ascoltate in questo incontro. Grandi sono i cuori che hanno partorito queste parole. Il dolore dei nostri popoli è stato raccontato da chi lo subisce da 515 anni: la sottrazione e il furto di terre e risorse naturali, ma ora con i nuovi abiti della «modernità», del «progresso, della «civiltà», della «globalizzazione». Lo sfruttamento di centinaia di migliaia di uomini, donne, bambini e anziani, che riproducono i tempi e i metodi delle encomiendas e delle grandi haciendas dell’epoca in cui le corone d’Europa si imponevano a ferro e fuoco. La repressione con la quale eserciti, poliziotti e paramilitari rispondono alle rivendicazioni di giustizia della nostra gente, come quella che le truppe dei conquistadores usavano per annichilire intere popolazioni. Il disprezzo che riceviamo per il nostro colore, la nostra lingua, il nostro modo di vestire, i nostri canti e balli, le nostre credenze, la nostra cultura, la nostra storia, nello stesso modo di 500 anni fa, quando si discuteva se eravamo animali da addomesticare o bestie feroci da annichilire, e ci si riferiva a noi come inferiori. Le quattro ruote della carrozza del denaro, per usare le parole dello Yaqui, ripercorrono la strada fatta del sangue e del dolore dei popoli indios del continente. Come prima, come 515 anni fa, come 200 anni fa, come 100 anni fa.
Tuttavia, qualcosa è cambiato.
Mai la distruzione era stata tanto grande ed irrimediabile. Mai era stata tanto grande e incontrollabile la brutalità contro terre e persone, e mai era stata tanto grande la stupidità dei malgoverni che subiscono i nostri paesi. Perché quello che stanno uccidendo è la terra, la natura, il mondo. Senza logica di tempo e luogo, terremoti catastrofici, siccità, uragani, inondazioni si presentano su tutto il pianeta. E si dice che sono «catastrofi naturali», quando in realtà sono state provocate, con accurata stupidità, dalle grandi corporazioni multinazionali e dai governi al loro servizio nei nostri paesi.
Il fragile equilibrio della natura che ha permesso al mondo di andare avanti per milioni di anni sta per rompersi di nuovo, ma ora definitivamente.
E in alto non si fa niente, se non dichiarazioni ai mezzi di comunicazione e formare inutili commissioni.
I falsi capi, i malgoverni, sono idioti che adorano gli anelli della catena che li soggioga. Ogni volta che un governo riceve un prestito dal capitale finanziario internazionale, lo mostra come un trionfo, il pubblicizza su giornali, riviste, radio e televisione. I nostri attuali governi sono gli unici, in tutta la storia, che festeggiano la loro schiavitú, la ringraziano e la benedicono. E si dice che è democrazia il fatto che il Comando della distruzione sia a disposizione di partiti politici e caudillos.
«Democrazia elettorale» è come i prepotenti chiamano la lotta per entrare nell’affare di vendere la dignità e portare avanti la catastrofe mondiale. Là in alto, nei governi, non c’è speranza alcuna. Né per i nostri popoli indios, né per i lavoratori della campagna e della città, né per la natura. E per accompagnare questa guerra contro l’umanità, si è costruita una gigantesca bugia.
Ci si dice, ci ripetono, ci insegnano, ci impongono, che il mondo ha percorso la sua storia per arrivare a dove comandasse il denaro, quelli in alto vincessero e noi, il colore che siamo della terra, perdessimo. La monarchia del denaro si presenta, così, come il culmine dei tempi, il fine della storia, la realizzazione dell’umanità. Nelle scuole, sui mezzi di comunicazione, istituti di ricerca, libri, la grande bugia riaggiusta la storia e ciò che tiene in mano: il luogo e il tempo, cioè, la geografia e il calendario. In queste terre, che chiamarono «nuovo mondo», loro ci imposero la loro geografia. Da allora ci fu «nord», «sud», «oriente» e «occidente», accompagnati da segni di potere e barbarie.
I sette punti cardinali dei nostri antenati [sopra, sotto, davanti, dietro, un lato, un altro lato e il centro] furono dimenticati e al loro posto arrivò la geografia dell’alto con le sue divisioni, frontiere, passaporti, green cards, minuteman, la migra, i muri sui confini. Imposero anche il loro calendario: in alto i giorni di riposo e benessere, in basso i giorni di disperazione e morte. E celebrano ogni 12 ottobre come «il giorno della scoperta dell’America», quando in realtà è la data dell’inizio della guerra più lunga della storia dell’umanità, una guerra che dura ormai da 515 anni e che ha come obiettivo la conquista dei nostri territori e lo sterminio del nostro sangue.
Insieme a questo profondo e diffuso dolore, è stata citata anche la ribellione del nostro sangue, l’orgoglio della nostra cultura, l’esperienza nella resistenza, la saggezza di nostri vecchi.
In questo Incontro si è guardato indietro e lontano. La memoria è stata il filo invisibile che unisce i nostri popoli, così come le montagne che corrono lungo tutto il continente e ricamano queste terre.
Quello che qualcuno chiama «sogno», «utopia», «impossibile», «bei desideri», «delirio», «pazzia», qui, nella terra dello Yaqui, si è sentito con un altro tono, con un altro destino. E c’è un nome per questo di cui parliamo ed ascoltiamo in tante lingue, tempi e modi. C’è una parola che viene dall’origine stessa dell’umanità, e che segna e definisce le lotte degli uomini e delle donne di tutti gli angoli del pianeta. Questa parola è LIBERTÀ.
È quello che vogliamo come popoli, nazioni e tribù originarie: LIBERTÀ. E la libertà non è completa senza la giustizia e senza la democrazia. E non può esserci niente di tutto questo con il furto, il saccheggio e la distruzione dei nostri territori, della nostra cultura, della nostra gente. Un mondo senza prepotenti, questo è quello che sembra impossibile immaginare per le persone di oggi. Come se la terra avesse avuto da sempre chi imponesse il suo potere su di lei e su chi la lavora; come se il mondo non potesse essere mai giusto. Sono i popoli originari che guardano al loro passato, che conservano e preservano la loro memoria, quelli che sanno che è possibile un mondo senza Dominatore né dominati, un mondo senza capitale, un mondo migliore. Perché quando innalziamo a bandiera il nostro passato, la nostra storia, la nostra memoria, non vogliamo ritornare al passato, ma costruire un futuro degno, umano.
Incontrarci è la conquista principale di questa riunione.
C’è ancora molto da fare, discutere, concordare, lottare. Ma questo primo passo sarà un vento fresco per il dolore del colore che siamo del colore della terra. Nel calendario che cominciamo a percorrere, nella geografia che concordiamo, continua una gigantesca sovversione. Per i suoi modi e mezzi non ci sono manuali, ricettari, dirigenti di scrivania e accademia. Invece, c’è l’esperienza dei popoli originari, ma ora con l’appoggio e la decisione dei lavoratori della città e della campagna, dei giovani, delle persone adulte, degli altri amori, dei bambini e delle bambine; di tutte e tutti quelli che sanno che per il mondo non ci sarà un’altra opportunità se questa guerra la vinceranno quelli che stanno in alto.
La ribellione che scuoterà il continente non ripercorrerà le strade e le tappe delle precedenti che cambiarono la storia: sarà un’altra. Quindi, quando cesserà il vento che saremo, il mondo non avrà terminato il suo lungo cammino e ci sarà l’opportunità di fare con tutte, con tutti, un domani dove ci siano tutti i colori. A quel tempo del calendario che faremo, in quel luogo della nuova geografia che realizzeremo, la luna cambierà lo sguardo con cui nasce e sarà di nuovo il sorriso che annuncia l’incontro della luce e dell’ombra.
Da Vicam, Sonora, Messico.
Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, 14 ottobre 2007
martedì 6 novembre 2007
Deportazioni e Sgomberi---riflessioni su Tor di Quinto
Pubblicato da
Andrea Trapani
"Gli zingari creano problemi: nell'area di Salone sono apparsi nuovi batteri e nuove malattie."
Queste le parole di Fiore, segretario della formazione neofascista Forza Nuova, in riferimento all'omicidio di Tor di Quinto.
Leggendo sulla Repubblica di Domenica le reazioni del mondo politico alla violenza subita da Giovanna Reggiani, mi è quasi sembrato di trovarmi nella Germania post giovedì nero. Tutti ovviamente condannano il truce assassinio, pensando però di poter evitare questo tipo di violenze con gli sgomberi.
Sgombero è una bella parola che nasconde una cruda verità. Se cercate infatti il verbo sgombrare su un buon dizionario troverete due accezioni:
-la prima indica l'azione di togliere degli impedimenti che non ci permettono fisicamente di passare (su una strada, ad esempio) ; impedimenti che quindi ingombrano, ostruiscono , impediscono appunto.
-la seconda accezione viene probabilmente esemplificata dal lasciare vuota una casa o in generale un qualche immobile che prima veniva occupato da qualcuno, il quale ha perso il diritto di abitare quell'immobile perché ha fatto o non ha fatto qualcosa (ad esempio il proprietario della casa in affitto in cui abito mi chiede di sgomberare perché ho rovinato il suo parquet-e sul contratto era esplicitamente scritto che mi sarei impegnato a mantenere integra la casa- oppure mi chiede di sgomberare perché non ho pagato in tempo la retta di affitto.)
Analizzando razionalmente il caso di Tor di Quinto sembra quasi che il diritto di quelle persone di abitare quelle baracche derivi dalla condizione che nessuno di loro commetta violenze.
Se ci pensiamo bene è successo che una nazione civile basata sul Diritto ha tolto un diritto ad alcune persone, identificate in base alla loro etnia, a causa della violenza commessa da uno di loro. Il termine che indica questo tipo di azioni è ben preciso: deportazione (provate a cercare su un buon dizionario l'accezione del termine). Quelle persone infatti non erano un impedimento per nessuno finchè non è successo quel che è successo. Quelle persone non hanno nè fatto nè non fatto alcuna azione che implicasse il loro sgombero, ma vengono allontanate dai luoghi in cui risiedevano perchè fanno parte della stessa etnia dell'omicida.
E' semplice a questo punto della riflessione fare un parallelo con la Germania pre nazista, ma argomentare questa riflessione richiederebbe spazi più ampi di un post su un semplicissimo blog.
E' semplice pure chiedersi come mai uno Stato di diritto con delle leggi ben precise legiferi su un avvenimento particolare sulla base non di una riflessione razionale, ma su basi emotive.
E' legittimo a questo punto chiedersi quando verrano sgomberati i siciliani: di esempi più truci ne abbiamo quanti ne volete.
Vi invito a pensarci su.
Andrea Trapani
Queste le parole di Fiore, segretario della formazione neofascista Forza Nuova, in riferimento all'omicidio di Tor di Quinto.
Leggendo sulla Repubblica di Domenica le reazioni del mondo politico alla violenza subita da Giovanna Reggiani, mi è quasi sembrato di trovarmi nella Germania post giovedì nero. Tutti ovviamente condannano il truce assassinio, pensando però di poter evitare questo tipo di violenze con gli sgomberi.
Sgombero è una bella parola che nasconde una cruda verità. Se cercate infatti il verbo sgombrare su un buon dizionario troverete due accezioni:
-la prima indica l'azione di togliere degli impedimenti che non ci permettono fisicamente di passare (su una strada, ad esempio) ; impedimenti che quindi ingombrano, ostruiscono , impediscono appunto.
-la seconda accezione viene probabilmente esemplificata dal lasciare vuota una casa o in generale un qualche immobile che prima veniva occupato da qualcuno, il quale ha perso il diritto di abitare quell'immobile perché ha fatto o non ha fatto qualcosa (ad esempio il proprietario della casa in affitto in cui abito mi chiede di sgomberare perché ho rovinato il suo parquet-e sul contratto era esplicitamente scritto che mi sarei impegnato a mantenere integra la casa- oppure mi chiede di sgomberare perché non ho pagato in tempo la retta di affitto.)
Analizzando razionalmente il caso di Tor di Quinto sembra quasi che il diritto di quelle persone di abitare quelle baracche derivi dalla condizione che nessuno di loro commetta violenze.
Se ci pensiamo bene è successo che una nazione civile basata sul Diritto ha tolto un diritto ad alcune persone, identificate in base alla loro etnia, a causa della violenza commessa da uno di loro. Il termine che indica questo tipo di azioni è ben preciso: deportazione (provate a cercare su un buon dizionario l'accezione del termine). Quelle persone infatti non erano un impedimento per nessuno finchè non è successo quel che è successo. Quelle persone non hanno nè fatto nè non fatto alcuna azione che implicasse il loro sgombero, ma vengono allontanate dai luoghi in cui risiedevano perchè fanno parte della stessa etnia dell'omicida.
E' semplice a questo punto della riflessione fare un parallelo con la Germania pre nazista, ma argomentare questa riflessione richiederebbe spazi più ampi di un post su un semplicissimo blog.
E' semplice pure chiedersi come mai uno Stato di diritto con delle leggi ben precise legiferi su un avvenimento particolare sulla base non di una riflessione razionale, ma su basi emotive.
E' legittimo a questo punto chiedersi quando verrano sgomberati i siciliani: di esempi più truci ne abbiamo quanti ne volete.
Vi invito a pensarci su.
Andrea Trapani
mercoledì 17 ottobre 2007
L'inizio del viaggio
Pubblicato da
Andrea Trapani
"L'anima non porta niente con sé nell'altro mondo tranne la propria educazione e cultura; e questo si dice che sia il più grande servizio oppure il torto più grande che si possa fare ad un uomo morto, proprio all'inizio del suo viaggio."
Questo scriveva Platone quasi due millenni e mezzo fa e guardacaso in questo aforisma è contenuto il senso di questo blog. In questo spazio, creato nell'antitesi per eccellenza dello spazio, cercheremo infatti di affrontare il problema se quanto studiamo, leggiamo, vediamo, viviamo sia da tenere in considerazione attivamente nella costruzione della nostra forma mentis (và da se che l'uomo è quello che mangia, come ci ricorda il nostro caro Feuerbach), oppure se sia giusto che tutto scivoli via perdendosi fra le nostre comuni attività quotidiane.
Criticismo gnoseologico perchè come Kant con la sua gnoseologia critica (fortemente riconoscente dello scetticismo di Hume) aveva rivoltato le fondamenta del sapere per poter affermare quali "saperi" sono validi, noi tenteremo di analizzare, smontare, conoscere cosa è valido di ciò in cui crediamo.
Nessuna intenzione di annoiare con tristi discorsi sulla cultura in sè quindi, bensi il tentativo di capire cosa siamo (da intendersi come: quale tradizione storico-culturale abbiamo alle spalle).
Nessun pretesto di arrivare a un punto fermo. Una risoluzione non è nelle intenzioni del blog. La discussione nasce per stimolare uno spirito critico attraverso la cui lente guardare gli occhi liberamente.
Liberamente perchè non c'è libertà senza cultura: cultura è libertà.
Andrea Trapani
Questo scriveva Platone quasi due millenni e mezzo fa e guardacaso in questo aforisma è contenuto il senso di questo blog. In questo spazio, creato nell'antitesi per eccellenza dello spazio, cercheremo infatti di affrontare il problema se quanto studiamo, leggiamo, vediamo, viviamo sia da tenere in considerazione attivamente nella costruzione della nostra forma mentis (và da se che l'uomo è quello che mangia, come ci ricorda il nostro caro Feuerbach), oppure se sia giusto che tutto scivoli via perdendosi fra le nostre comuni attività quotidiane.
Criticismo gnoseologico perchè come Kant con la sua gnoseologia critica (fortemente riconoscente dello scetticismo di Hume) aveva rivoltato le fondamenta del sapere per poter affermare quali "saperi" sono validi, noi tenteremo di analizzare, smontare, conoscere cosa è valido di ciò in cui crediamo.
Nessuna intenzione di annoiare con tristi discorsi sulla cultura in sè quindi, bensi il tentativo di capire cosa siamo (da intendersi come: quale tradizione storico-culturale abbiamo alle spalle).
Nessun pretesto di arrivare a un punto fermo. Una risoluzione non è nelle intenzioni del blog. La discussione nasce per stimolare uno spirito critico attraverso la cui lente guardare gli occhi liberamente.
Liberamente perchè non c'è libertà senza cultura: cultura è libertà.
Andrea Trapani
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